RIVOLUZIONE ANIMALISTA

ogni battaglia ha una sua specificità in base a chi è che sta rivendicando diritti e libertà e in base alle modalità di oppressione, che hanno sì radice comune, ma si differenziano a seconda delle vittime; e questa specificità va rispettata. Per questo, riguardo l’animalismo, non dobbiamo avere paura di dire che è una battaglia specifica, senza dover stare a tirare in mezzo ogni volta argomenti che invece riguardano noi, come la salute, o lo sfruttamento sul lavoro. Un conto è parlare di intersezioni, un altro è rischiare di non parlare bene né di una questione, né di un’altra, anzi, visto l’antropocentrismo da cui fatichiamo ad affrancarci, il rischio è sempre quello di posizionare gli animali sempre sullo sfondo. Sento troppo spesso dire: “prima dobbiamo fare la rivoluzione, cambiare la società e poi pensiamo agli animali”. Chi mette al primo posto i diritti umani, non è diverso dal carnista che ti dice “pensiamo prima ai bambini”.
Chi lotta, attivamente intendo, cercando e studiando strategie, per combattere lo sfruttamento degli animali, la rivoluzione la sta già facendo.
E la rivoluzione animalista è la più radicale mai pensata nella storia perché non mette in discussione l’idea stessa soltanto di società, ma l’idea di umanità come la conosciamo, la nostra identità e il nostro posto nel mondo.

Chi pensa che la questione animalista sia secondaria non ha capito la portata di questa rivoluzione di pensiero e culturale in senso ampio. Una rivoluzione che investirà tutto ciò che conosciamo: l’economia, la filosofia, l’arte, il linguaggio, la politica, la maniera di vedere, interpretare e capire la realtà.

Dobbiamo essere orgogliosi di farne parte, di essere i promotori di questa rivoluzione che è solo agli albori e di cui, proprio per questo, ancora fatichiamo a scorgerne tutte le potenzialità e gli orizzonti. Non sapremo dove ci porterà questo cammino, ma chi di noi l’ha intrapreso sa che non si può tornare indietro.

Dobbiamo metterci in testa una cosa, però: affinché questa rivoluzione diventi effettiva, non basta percorrerla sul piano personale, non basta più. Dobbiamo affiancarci, coalizzarci, trovare strategie comuni e provarle, anche quelle che magari ci piacciono meno. Dobbiamo smetterla di restare chiusi nella nostra personale stanzetta fatta di uno stile di vita vegano coerente e puro. Diventare vegani è necessario, ma non risolutivo. Lo sarebbe se oltre la metà della popolazione mondiale lo diventasse, ma finché saremo una minoranza irrisoria (di contro a sempre più persone che nascono e che adottano lo stile carnista occidentale) che si limita a fare propaganda sul veganismo, gli animali continueranno a esser fatti nascere per essere trasformati in prodotti quanto prima.

Come ho detto poche righe sopra, poiché la rivoluzione animalista investe ogni campo della nostra cultura, quello che serve, che forse potrebbe servire, è che si portino avanti più battaglie contestualmente che investano, nell’ordine, diversi settori: quello economico/politico, con strategie specifiche per affossare l’industria della carne, del latte, delle uova; filosofico, con filosofi che si diano da fare in ambito accademico per promuovere e insegnare una filosofia antispecista; quello artistico, con registi che realizzino film che contengano un messaggio antispecista, scrittori che scrivano storie antispeciste, pittori e fotografi che realizzino opere che abbiano come soggetti gli animali in un’accezione antispecista e via dicendo; linguistico, promuovendo una neo-lingua, intesa in un’accezione positiva, ossia che abolisca le espressioni frutto di pregiudizi sugli animali – espressioni che, ogni volta che vengono pronunciate, rafforzano quegli stessi pregiudizi; medico-nutrizionista, con specialisti preparati che facciano informazione sul veganismo; scientifico, con scienziati, etologi, biologici che ci parlino della ricchezza del mondo degli animali e delle loro capacità diverse senza più usare parametri antropocentrici e che mettano in discussione il dogmatismo della sperimentazione animale.
Insomma, a ciascuno il suo, come si suol dire, l’importante è la preparazione, la serietà, ossia che ognuno si dedichi a ciò che sa fare e conosce meglio.
E che, tutti insieme, ci si unisca e si scenda in piazza in occasioni particolari, che sia un corteo, un presidio contro una multinazionale che sfrutta animali o altre iniziative, per mostrare che siamo tanti e compatti. Che lo si trovi il tempo. Che lo si crei, lo si inventi, quello che vi pare, tenendo sempre bene a mente che se su quei camion che vanno al macello ci fossimo noi o i nostri figli sospenderemmo ogni altra attività per trovare il modo di liberarli; ora, ovvio che viviamo esistenze faticose, che dobbiamo lavorare, sbrigare il quotidiano e ritagliarci anche qualcosa per il nostro piacere personale, non si sta chiedendo l’abnegazione totale, ma penso che possiamo e dobbiamo fare di più, inteso nel senso di specializzarci meglio ognuno nei vari settori, senza disperdere capacità e tempo, altrimenti è come se pedalassimo in salita con una marcia sbagliata, andando avanti per un po’, ma trovandoci presto sfiancati e senza più ossigeno nei polmoni: che è esattamente quello che è successo al movimento fino ad adesso. Ci si sfinisce per qualche anno e poi ci si stanca e si lascia andare, dopodiché subentrano nuovi attivisti che ricominciano da capo facendo gli stessi errori.
Credo che sia importante che ognuno di noi si guardi dentro e si chieda: cosa so fare meglio io? Che contributo potrei dare alla causa? Sono un artista? Allora forse potrei convogliare lì, nel mio lavoro o passione, l’impegno per gli animali. Sono un medico, un filosofo, un impiegato, un operaio? Allora dovrò cercare di cambiare le cose all’interno di questi settori.

Non disperdiamo le energie, focalizziamoci su quello che sappiamo fare meglio e adoperiamoci per la causa. Tenendo a mente che siamo agli albori di una rivoluzione, ma sta a noi adesso trovare e indicare una via, prima che questa scintilla venga soffocata.